39) Frege. Sulla parola vero.
Frege riassume in questa lettura la sua analisi della parola
vero, che risulta vuota di contenuto. Essa esprime solo la
forza assertoria, ma per ora il suo uso  ineliminabile.
G. Frege, Scritti postumi, traduzione italiana di E. Picardi,
Bibliopolis, Napoli, 1986, pagine 393-395 (vedi manuale pagine 300-
301).

 Forse quanto segue potr essere utile a taluno come chiave per
comprendere i miei risultati:
Nell'atto di riconoscere qualcosa come vero giudichiamo. Quel che
viene riconosciuto come vero  un pensiero. Non e possibile
riconoscere come vero un pensiero prima d'averlo afferrato. Un
pensiero vero  gi vero prima di venir afferrato da un essere
umano. Il pensiero non ha bisogno di un essere umano come di un
portatore. Lo stesso pensiero pu venir afferrato da pi persone.
Il pensiero riconosciuto come vero non  modificato dal giudizio.
Quando si giudica  sempre possibile enucleare il pensiero che
viene riconosciuto vero; il giudicare non fa parte di questo
pensiero. La parola vero non  un termine di propriet nel senso
usuale. Se alle parole l'acqua di mare aggiungo predicativamente
la parola salata formo un enunciato che esprime un pensiero. Per
chiarire meglio che qui si vuol solo esprimere il pensiero e non
si intende asserire nulla, volgo l'enunciato nella forma
subordinata Che l'acqua di mare  salata. Alternativamente,
potrei anche farlo proferire da un attore che recita la sua parte
sulla scena; infatti si sa che l'attore, che recita la sua parte,
parla solo apparentemente con forza assertoria. Conoscere il senso
della parola salata  essenziale per comprendere l'enunciato,
poich essa fornisce un contributo al pensiero; infatti, nelle
parole l'acqua di mare non avremmo un enunciato e dunque neppure
l'espressione di un pensiero. In modo completamente diverso stanno
le cose con vero. Se aggiungo predicativamente questa parola
alla frase che l'acqua di mare  salata formo certamente un
enunciato che esprime un pensiero. Per la stessa ragione di prima
volgo anche questa frase nella forma subordinata: Che  vero che
l'acqua di mare  salata. Ma il pensiero qui espresso coincide
col senso dell'enunciato che l'acqua di mare  salata. La parola
vero non d col suo senso alcun contributo essenziale al
pensiero. Se asserisco L'acqua di mare  salata asserisco la
stessa cosa che ne asserissi E' vero che l'acqua del mare 
salata. Di qui si comprende che l'asserzione non sta nella parola
vero, ma nella forza assertoria con cui l'enunciato viene
proferito. Si potrebbe quindi credere che la parola vero non ha
alcun senso; ma in tal caso non avrebbe senso neppure l'enunciato
in cui la parola vero figura quale predicato. Possiamo dire
soltanto: la parola vero ha un senso che non reca alcun
contributo al senso dell'enunciato in cui figura come predicato.
Ma proprio per ci questa parola appare adatta a indicarci
l'essenza della logica. Ogni altro termine di propriet sarebbe
poco adatto a tale scopo, proprio a causa del suo senso specifico.
La parola vero sembra dunque rendere possibile l'impossibile, e
cio far apparire come contributo al pensiero quel che corrisponde
alla forza assertoria. E questo tentativo ci indirizza, nonostante
il suo fallimento, anzi proprio a causa del suo fallimento, alla
peculiarit della logica, la quale appare per questo
fondamentalmente diversa dall'etica e dall'estetica. Infatti la
parola bello indica davvero l'essenza dell'estetica, cos come
buono indica quella dell'etica; vero, invece, fa solo un
tentativo fallito di indirizzarci alla logica, poich quel che
conta davvero non sta nella parola vero, ma nella forza
assertoria con cui un enunciato viene proferito.
Certi tratti che, come la negazione o la generalit, fanno parte
del pensiero, sembrano avere un nesso pi intimo con la forza
assertoria e con la verit. Ma quest'illusione svanisce poich li
troviamo comparire anche senza forza assertoria, per esempio
nell'antecedente di un condizionale o sulla bocca di un attore
sulla scena.
Come si spiega dunque che la parola vero, per quanto sembri
essere vuota di contenuto,  tuttavia indispensabile? Non la si
potrebbe almeno evitare del tutto nella fondazione della logica,
se ingenera soltanto confusione? I1 fatto che non sia possibile
farlo  dovuto all'imperfezione della lingua. Se avessimo una
lingua logicamente perfetta forse non avremmo pi bisogno della
logica o potremmo leggerla dalla lingua. Ma da ci siamo ben
lontani. Il lavoro logico  proprio in gran parte una lotta contro
i difetti logici della lingua, che per, a sua volta,  uno
strumento indispensabile per noi. Solo dopo aver portato a termine
il nostro lavoro logico avremo a disposizione uno strumento pi
perfetto.
Ci che contiene nel modo pi chiaro un'indicazione circa
l'essenza della logica  dunque la forza assertoria con cui un
pensiero viene proferito. A essa non corrisponde alcuna parola,
alcuna parte dell'enunciato; le stesse parole possono essere
pronunziate ora con ora senza forza assertoria. Dal punto di vista
linguistico la forza assertoria  legata al predicato.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume secondo, pagine 709-710.
